Vino: il Made in Italy è donna

In vino veritas“. E la verità è che, ormai da diversi anni, il settore della produzione vitivinicola sta affrontando fasi di intensi cambiamenti. Un passaggio strategico dovuto alla comparsa di nuovi competitor e, in gran parte, alla crisi economica che ha disegnato nuovi scenari. I dati attuali confermano un forte aumento del consumo della specialità nostrana da parte dei paesi stranieri, situazione che richiede alle aziende un requisito fondamentale: la capacità di abbinare alla vendita un enorme sforzo di marketing, strategico e innovativo. La tendenza del mercato parla chiaro, premiando le cantine più propositive.

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Ecco quindi che quella del produrre vino diventa un’arte strettamente connessa alla nuova forma del comunicarla, di creare intorno ad essa contenuto e forme di esperienza. E in un tale scenario, una sola certezza. Parlando di vino, l’eccellenza del Made in Italy è donna. Dalani vi accompagna alla scoperta di 2 figure femminili in grado di rivoluzionare un settore che la cultura popolare vorrebbe legato ad un universo prevalentemente maschile: Valentina Argiolas e Josè Rallo. Donne e imprenditrici capaci di inserirsi in una trama di italianità, a livello industriale ben definita e conosciuta, per coglierne le opportunità, ma trovando un linguaggio personale per raccontare l’unicità della propria azienda. La vera differenza? L’esistenza di un progetto alla base di tutto, e di una serie di parole chiave che ci conducono in un viaggio nel migliore settore vinicolo, tra Sardegna e Sicilia.

Sardegna tra tradizione e controcorrente: Valentina Argiolas

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©Daniela Zedda

La storia di un successo imprenditoriale che è prima di tutto una storia di tradizioni. Classe 1977, Valentina Argiolas è il cuore creativo di una famiglia di viticoltori di Serdiana, nel sud della Sardegna. Le cantine si trovano appena nell’entroterra, in una zona di basse colline in cui ancora si respira il profumo di uno dei mari più belli del mondo. Qui, il nonno Antonio, agli inizi del novecento pianta i semi dell’omonima azienda, Argiolas, diventata con il tempo icona di un paese che reinterpreta le proprie tradizioni per perpetuarne l’eccellenza a livello internazionale. Laureata in economia e commercio, Valentina è responsabile Marketing e Comunicazione della cantina che ha dato i natali al Turriga, prelibatezza già premiata con i Tre Bicchieri del Gambero Rosso e i Cinque Grappoli dell’AIS, Associazione Italiana Sommelier. Nelle sue vene scorre lo stesso vino che sancisce un legame forte e indelebile con la propria terra e il coraggio di esportarlo. Dalani le ha chiesto di raccontarci la genesi di un capolavoro tutto italiano, nato all’insegna “dell’andare controcorrente”.

Le tenute:

La tenuta di Sisini si estende per circa 60 ettari nelle colline del Comune di Siurgus. Presenta terreni derivanti da marne arenarie e calcari marnosi del miocene con relativi depositi colluviali. Questa condizione pedoclimatica mite e una buona esposizione dei vigneti assicurano un’ottima produzione di uve base dei vini bianchi. La tenuta di Vigne Vecchie si estende sulle colline del Comune di Selegas. Presenta sia terreni bruni e profondi sia con forte presenza di calcare. Qui vengono coltivati gli importanti vitigni a bacca bianca. La tenuta di Porto Pino si affaccia sul golfo di Palmas. Gode di un microclima particolarmente felice grazie all’azione mitigante dei venti e agli sbalzi di temperatura tra giorno e notte. Il luogo ideale per la coltivazione del Carignano.

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©Daniela Zedda

Donna, mamma e imprenditrice: come riesce a gestire tanti ruoli in un contesto solitamente considerato “affare da uomini”?

Non ho mai avuto questa percezione. Di sicuro si trattava di un pregiudizio molto diffuso fino a vent’anni fa. Ma devo dire che anche all’inizio della mia carriera, quando ero l’unica donna in azienda, non mi sono mai trovata ad affrontare una tale difficoltà. Probabilmente anche per merito di una forte intraprendenza che è parte del mio carattere. Certo, le figure femminili in questo contesto sono ancora poche, ma la mentalità è sicuramente di grande apertura.

Qual è, brevemente, la storia del brand e qual è stato il suo percorso all’interno dell’azienda?

La cantina nasce nel 1938, quando mio nonno Antonio eredita tre ettari di terra. Da qui, la decisione di investire acquistando vigneti. Il sogno era quello di creare un’azienda in un unico appezzamento di terra, un singolo vigneto, per produrre esclusivamente vini tradizionali. La parola chiave del successo di Argiolas è sicuramente “controcorrente”. Alla fine degli anni settanta, quando la politica europea proponeva contributi per gli espianti, noi abbiamo deciso di avviare una produzione propria, inizialmente di vino sfuso, in seguito imbottigliato con un nostro marchio. Abbiamo così rivoluzionato tutta quella che era la realtà della vigna e della cantina, andando, ancora una volta, controcorrente. In mente, un progetto ben definito: creare un vino sardo che andasse a competere nel mondo con i grandi vini italiani.

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©Daniela Zedda

Quanto è difficile promuovere un vino sardo?

E’ molto difficile, perché la Sardegna, da questo punto di vista, è ancora poco conosciuta, e a livello istituzionale non è mai stato fatto niente per la promozione dell’isola. Tutto è dovuto al coraggio dei sardi che hanno lasciato la loro terra per andare a lavorare altrove, facendosi promotori appassionati dei prodotti regionali.

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©Daniela Zedda

Uno spirito pionieristico, quello di Argiolas, che si snoda a pari passo con quello umanitario..

Assolutamente si. Abbiamo sempre avuto a cuore le cause umanitarie. Tre anni fa abbiamo deciso di promuovere una iniziativa che fosse completamente nostra. Il Progetto Iselis nasce allo scopo di affiancare ai vini altrettante attività, che proprio come i vini si rinnovino ogni anno. Abbiamo esordito in Africa, con la costruzione di un piccolo ospedale nella Repubblica Democratica del Congo, nella periferia di Kinshasa. L’anno seguente lo abbiamo dotato di energia elettrica e acqua corrente, che viene così fornita anche ai villaggi vicini. Il nuovo progetto è quello della scolarizzazione, con la costruzione di un istituto nella parte settentrionale del continente africano, dove è ancora in corso la guerra civile.

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©Daniela Zedda

Un’altra parola chiave nella storia di Argiolas è ospitalità..

E’ un concetto che è parte del DNA delle Cantine Argiolas, ormai diventato una vera e propria attività indipendente. Abbiamo pacchetti di proposte per visitare i vigneti e l’azienda, con persone specializzate che si occupano delle attività in cantina. Collaboriamo con tour operator e gruppi singoli. In inverno, invece, ci dedichiamo alle scuole e offriamo i nostri spazi a convegni e meeting aziendali.

E il frutto di tanta tenacia e passione è il Turriga..

Si. E’ un vino fortemente legato al territorio: il vitigno principe è il Cannonau. Una vera eccellenza Made in Italy premiata con i Tre Bicchieri del Gambero Rosso e i Cinque Grappoli dell’AIS. Per festeggiare il ventennale della produzione, abbiamo chiesto a tre amici di spicco che condividevano la nostra visione della Sardegna, quella che io definisco la “sardità”, di collaborare alla creazione di un tributo speciale. Antonio Marras è stato il primo ad essere contattato. Doveva essere il direttore di tutto il progetto e gli abbiamo chiesto di “vestire” il Turriga, creando un cofanetto che contenesse anche un racconto inedito di Marcello Fois e dei brani selezionati dal jazzista Paolo Fresu. Volevamo dare una visione nuova della Sardegna, rispettandone le tradizioni. Una interpretazione internazionale, che potesse essere letta, vista, ascoltata e, certamente, gustata in tutto il mondo.

Cantine Argiolas: la scelta di Dalani

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Abbinamenti:

Il Turriga è un vino strettamente legato al territorio. Il vitigno principe è il Cannonau. Ha quindi un’anima possente e maschile molto longeva. Allo stesso tempo, è affiancato a 3 vitigni semi-tradizionali (Carignano, Bovale e Malvasia nera), in grado di conferirgli una leggerezza e una morbidezza che lo rendono adatto ad essere gustato anche accostato a selvaggina, carni e formaggi stagionati. Può essere inoltre vissuto semplicemente come vino da meditazione. L’abbinata perfetta in questo senso? Un buon libro e un camino acceso.

Sicilia tra avanguardia e multisensorialità: Josè Rallo

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©Fabio Gambina

Il sorriso entusiasta di chi è cresciuta con la consapevolezza di poter abbattere gli schemi e i confini, geografici o culturali che siano, Josè Rallo è il volto e la voce di Donnafugata. Una definizione che riassume alla perfezione una delle innovazioni che hanno portato l’azienda ad una rivoluzione nel settore vinicolo: trasformare quella del degustare il vino in una esperienza multisensoriale. Cuore pulsante di una Sicilia che attraverso le proprie eccellenze trova la strada per spalancare al mondo le porte delle sue meraviglie, Donnafugata è un centro di tradizioni che si confonde nel mito. Il nome è infatti una citazione tratta dal Gattopardo, tra tutti i capolavori letterari italiani quello più tradotto in lingue straniere. La famiglia Rallo ha fortemente voluto associare alla sua attività il simbolo per eccellenza della Sicilia conosciuta nel mondo. Oggi come allora, Josè perpetua lo stesso spirito pionieristico che va oltre la pura materialità, affiancando il vino al cibo, all’arte e alla musica. Il risultato, un linguaggio universalmente comprensibile per comunicare un gioiello Made in Sicily.

La tenuta e i vigneti: perle del Mediterraneo

La famiglia Rallo produce vino da cinque generazioni. I vigneti e le cantine sono immersi in tre paradisi naturali che si presentano come vere perle del Mediterraneo. Contessa Entellina, la tenuta di Donnafugata situata nell’entroterra della Sicilia occidentale, rappresenta il cuore produttivo dell’azienda; Marsala, dove si trovano le antiche cantine costruite nel 1851 seguendo il tipico impianto del baglio mediterraneo; Pantelleria, l’isola del vento, rara realtà di viticolture eroica che ospita i vigneti dell’azienda. Uno scenario che ripercorriamo assieme in un album tutto da sfogliare:

Dopo un dovuto tour delle meraviglie, abbiamo chiesto a Josè di raccontarci come si realizza un sogno con la sola forza della passione:

Donna e imprenditrice in un mondo che per cultura popolare appartiene all’universo maschile. Il pregiudizio è ancora così diffuso?

Per quanto mi riguarda, devo ammettere che, come donna, ho avuto una grande fortuna. Devo molto alla mia famiglia. Mio padre è sempre stato un grandissimo estimatore delle qualità professionali femminili e ha collaborato a pieno con mia madre alla fondazione di Donnafugata. D’altra parte, proprio mia madre si è imposta nella mia vita come figura di “rottura” per quanto riguarda la viticoltura siciliana. Probabilmente la prima donna in pantaloni a dare ordini. Con il tempo, mi sono quindi sentita in dovere di riscattare l’immagine traballante della donna nel mondo del lavoro.

Qual è la storia di Donnafugata e il suo percorso all’interno dell’azienda?

La mia famiglia produce vino da cinque generazioni. Mia madre ha ereditato una vigna nel cuore della Sicilia occidentale negli anni settanta, evento che l’ha guidata nella decisione di diventare viticoltore. Dopo dieci anni di sperimentazioni, con il totale supporto di mio padre, ha fondato Donnafugata. Una realtà nata per rivoluzionare la storia del vino siciliano, anche grazie alla lungimiranza di mio padre, che ha importato dagli Stati Uniti la tecnologia del freddo. Innovazione che ha ridisegnato lo stile dei vini, donando loro freschezza e piacevolezza, per anticipare le mode nell’abbinarsi ad una cucina più leggera e mediterranea.

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©Enrica Frigerio

Dove riscontra maggiormente l’importanza dell’impronta femminile in tale contesto?

Nella mia determinazione, nel voler essere a tutti i costi innovativa e democratica. La mia rivoluzione in azienda è stata l’informatica: Dati ben organizzati e accessibili a tutti. Poi la voglia di fare squadra e l’empatia, all’interno della realtà di Donnafugata, e verso l’esterno, nella grande attenzione verso il consumatore, verso i suoi bisogni, e nella grande capacità di comunicare il prodotto. In una parola, organizzazione. Peculiarità assolutamente femminile.

Nell’incontrare la vostra realtà, la parola chiave sembra essere multisensorialità. Una nuova filosofia del vivere, e gustare, il vino?

Io adoro il vino siciliano per le diverse sensazioni che può suscitare. Un momento di relax, il percepire i profumi e riconoscerli, tornare con la mente al viaggio o al mercatino in cui per la prima volta ho conosciuto un particolare aroma. Amo la memoria sensoriale legata al vino. E a questo si abbina perfettamente un’altra mia passione: vino e musica. Un connubio del destino che mi ha portato in giro per il mondo nelle vesti di cantante, scoprendo un linguaggio universale immediatamente riconosciuto per comunicare e far apprezzare il prodotto in qualunque parte del globo. Vocazione che ci permette di seguire anche un progetto umanitario, il Donnafugata Music&Wine Live. Il ricavato delle vendite del nostro primo CD è stato infatti devoluto ad un ospedale per bambini cardiopatici. Per noi una fonte di grande orgoglio.

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©L. Costantini

Ma Donnafugata è anche un nuovo modo di scoprire la Sicilia..

Per noi il tema del territorio è fondamentale. Un vino deve farti viaggiare. Bere, ad esempio, il Grillo di Donnafugata ti immerge nei percorsi olfattivi dei campi siciliani; il Lighea di Pantelleria ti fa scoprire il profumo della macchia mediterranea. Il nostro progetto “Sicilia Segreta” porta i visitatori a scoprire mete insolite. Per noi il territorio è cultura, la nostra.

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©Anna Pakula

La Sicilia vinicola deve competere con colossi già affermati quali la Toscana. Quanto è difficile?

Toscana, Piemonte, Veneto. Il panorama vinicolo italiano ha i suoi colossi. Ma, onestamente, se non ci fosse una rete del Made in Italy già così affermata, non potrebbe esserci un Made in Sicily in tale ascesa. Noi dobbiamo agganciarci a questa filiera internazionale ed essere in grado di coglierne i vantaggi e le opportunità. Il secondo step diventa far conoscere le peculiarità del prodotto siciliano: più naturale, profumato, meno trattato e più identitario. Il cosiddetto “Sud” esprime proprio questo: modernità e personalità.

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Cosa le piace della Sicilia dei vini?

La solarità, intesa come luce. La pianta e i vigneti hanno bisogno di luce per crescere e dare i propri frutti. Amo poi la nostra capacità di rompere con il passato, stupendo con la freschezza dei nostri vini, che i classici stereotipi hanno bollato come obbligatoriamente caldi e piatti. Piacevolezza diventa la parola chiave, per qualunque fascia di prezzo, e soprattutto nell’abbinamento con il cibo. Non dimentichiamo che noi italiani siamo quelli del vino bevuto a tavola, che è sinonimo di convivialità, in ogni tipo di cucina, dall’etnica all’orientale.

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©Anna Pakula

Quali sono le nuove sfide?

Sono sempre stata affascinata dall’Asia, in particolare dal Sud Est della regione. Ma in tale contesto bisogna operare una vera battaglia culturale. Adoro andare in Cina e mangiare la medusa fritta bevendo il mio vino. Poi mi guardo intorno, e vedo che tutti bevono tè. Per quanto riguarda l’azienda, invece, recupereremo le nostre riserve per cogliere la sfida della longevità, caratteristica ancora non abbastanza riconosciuta ai prodotti siciliani. Una vera lotta contro i pregiudizi.

Donnafugata: la scelta di Dalani

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Abbinamenti:

Sherazade è ideale per accompagnare piatti di pasta al sugo di pomodoro, pesce alla brace, salumi e formaggi poco stagionati. E’ anche da provare abbinato alla pizza.

 

Intervista e testo: Alessandro Balia

 

Alessandro Balia

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